lunedì, febbraio 1

Geografia

A undici anni mi scervellavo su tavolette al 25.000 dell’IGM con righello, compasso e goniometro. Identificavo punti, calcolavo longitudine e latitudine del punto di partenza e del punto di arrivo, trovavo l’ azimut della destinazione e poi dovevo arrivarci davvero, bussola alla mano. Grazie agli scouts e a mio padre, che aveva il pallino della topografia. Dalla guerra si era portato le carte topografiche di dove aveva combattuto e vi assicuro che sapevo tutto sulle depressioni della steppa russa, delle rive del Don, di dove erano schierati gli alpini, i russi e i tedeschi. Mi toccava trovare il nord con la stella polare di notte e, di giorno, con i metodi dell’orologio o dell’ombra dei bastoncini. Crescendo mi è rimasta l’abitudine di consultare la carta del viaggio che devo intraprendere e, mentre viaggio, di dare un’occhiata al sole per sapere se mi muovo nella direzione giusta. Mi sembra di essere un novello Livingstone. Inutile dire che odio i navigatori e che in geografia ho sempre avuto il massimo dei voti. Che idiozia abolire la geografia dai programmi scolastici. Davanti agli atlanti io sognavo, oggi non è più così, ma non è detto che sia meglio.

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