martedì, febbraio 1

Ragazzi nella steppa

Dagli appunti dei ricordi di una guerra folle, per non dimenticare.
Dal diario recuperato di mio padre.

Già dalla metà di giugno "Radio Scarpa" aveva iniziato le sue trasmissioni circa la nostra destinazione sul fronte russo, ma di ufficiale  nulla .
Da molti segni evidenti si poteva desumere che qualche cosa bollisse in pentola.
 Verso la fine di giugno vennero completati i quadri dei sottufficiali promuovendo a sergenti alcuni caporalmaggiori che nell'estate del '41 avevano frequentato la scuola di capisquadra al 62° Btg d'Istruzione in Val Senales e che, successivamente, diventarono istruttori, a Gargnano, delle reclute del '22.


Nei giorni successivi l'attraversamento del fiume Po in assetto di guerra, prima su verso Pinerolo con il fiume stretto e poco profondo, poi a Moncalieri dove più d'uno rischiò la "ghirba".
L'attraversamento avvenne su due funi, una di canapa in basso su cui camminare e una metallica sopra per aggrapparsi. Ogni due o tre metri le due funi erano collegate da altre funicelle. Le funi erano ancorate a due tralicci della linea elettrica sulle due rive del fiume.
Ad un tratto, a causa delle continue oscillazioni, la fune metallica si ruppe e gli alpini appesi, tra i quali il sottoscritto, finirono in acqua. Per quelli vicino alla riva tutto finì con un bagno ma quelli caduti in mezzo al fiume vennero presi dalla corrente e, appesantiti dalle armi e dallo zainetto, se la videro brutta.
Fortunatamente le barche di assistenza del Genio Pontieri, in pochi istanti e con grande abilità, ripescarono tutti gli alpini, ma non i cappelli che se ne andarono sulla corrente.
Verso la fine di giugno cominciarono le licenze a turno, alla fine delle quali si tenne un campo d'armi sulle pendici delle Prealpi torinesi, a Venaria Reale.
Ormai la nostra partenza era sicura: entro la fine del mese.
Una mattina l'ordine di pulire le divise, affardellare gli zaini e lucidare gli scarponi e poi  via.
Pensavamo d'esserci, che il momento della partenza fosse arrivato. Ci portarono invece in una grande piazza di Torino dove era radunata tutta la Divisione Tridentina e fummo passati in rassegna dal Re e dal Principe Umberto. Confesso rimasi molto deluso dalla statura del Re che, in piedi, non raggiungeva l'altezza del parabrezza della sua automobile: al di là della sua altezza avevamo giurato fedeltà a lui e alla Patria e dovevamo onorare il nostro giuramento.
Un giorno dell'ultima settimana di permanenza a Torino, mio padre venne a salutarmi. Ottenni un giorno di permesso e, dopo avere visitato la città, salimmo alla Basilica di Superga. Venuta la sera accompagnai mio padre alla stazione e lui, vecchio alpino sciatore, tutto ad un tratto con gli occhi lucidi mi disse:
-Se potessi partirei al tuo posto, ne ho già fatta una di guerra e so com’é. Poi estrasse da una tasca un involtino, me lo pose dicendo:
-Tienila sempre con te, ti porterà fortuna. Io l'ho sempre avuta con me durante l'altra guerra.-
Appena partito il treno, preso dalla curiosità, volli vedere il contenuto del pacchetto: era un piccolo tricolore con lo stemma sabaudo. Lo tenni sempre con me e mi portò davvero fortuna. Lo conservo ancora, religiosamente, in ricordo di mio padre e di quei tempi.
  Da qualche giorno era stata abolita la libera uscita serale ma, come al solito, molti, scavalcando il muro di cinta, incuranti delle punizioni che sapevano non avrebbero scontato, ci andarono ugualmente.
La mattina del 28 luglio l'ordine di affardellare gli zaini e nel pomeriggio uscimmo dalle casermette di Borgo S. Paolo diretti allo scalo merci della stazione ferroviaria di Torino. Verso sera arrivò la tradotta e ci sistemammo: cavalli 8, uomini 40. Un plotone per carro. A sera inoltrata, lentamente, la tradotta si mosse. Quella notte pochi dormirono e il vino era abbondante. Si mormorava che gli "sconci" dell'ultimo vagone ne avessero addirittura delle botticelle.
Alle sei del mattino del 29 arrivammo a Brescia. La sosta non era prevista, ma la stazione gremita di gente, padri, madri, spose, morose e amici, indusse il nostro buon colonnello Clerici ad ordinare una fermata straordinaria di mezz'ora. Io trovai ad attendermi mamma, papà e i miei fratelli. Al piacere di riabbracciare i propri cari si aggiunse l'utilità del rifornimento straordinario di cibo e bevande. La tradotta ripartì puntuale dopo mezz'ora. Giunti all'altezza di parco Ducos, vedemmo dalle case dei Ronchi un fitto sventolio di panni bianchi: al Valchiese eravamo in sei ad abitare proprio in quella zona dei Ronchi.
La tradotta, secondo la tabella di marcia, doveva percorrere la linea del Brennero, ma, a causa di una frana, venne deviata verso Udine - Gorizia. Al valico di Piedicolle ci fu una sosta prolungata e furono presi d'assalto i pochi negozi del luogo con preferenza per quelli dove la merce più reperibile era il vino. Spendemmo così le ultime lire rimasteci.
Il viaggio proseguì e attraversammo prima l'Austria e poi la Germania. Non ricordo molto di quei luoghi perché si viaggiava quasi sempre di notte: ricordo vagamente Norimberga e Berlino, per la sua stazione interminabile.
In Germania era tutto tranquillo all'apparenza e se non fosse stato per i militari che si vedevano in grande numero mai si sarebbe pensato di essere in guerra. I bombardamenti non erano ancora iniziati.
Dopo alcuni giorni giungemmo al confine con la Polonia e i segni della guerra furono subito evidenti. Fui molto colpito alla vista di gruppi di donne ebree lavorare al ripristino della linea ferroviaria sotto la stretta sorveglianza di militari tedeschi.
Iniziarono le prime difficoltà: i rifornimenti di Brescia erano terminati e gli orti dei ferrovieri, che razziavamo sistematicamente in Germania, erano spariti. A Varsavia restammo di stucco quando in riva alla Vistola comparve una massa incredibile di uomini, donne e bambini che se ne stavano sdraiati a godersi il sole.
Entrammo in territorio russo e tutto cambiò di colpo. Alla prima stazione agganciarono alla parte anteriore della locomotiva un pianale armato, non ricordo se con mitragliatrici o con un cannone anticarro, protetto da sacchi di sabbia. La notte ordine di tenere chiusi i portelloni dei vagoni e ad ogni fermata subito a terra due uomini, uno per ogni lato del carro.
Il viaggio proseguì lentamente perché dovevamo dare la precedenza ai treni tedeschi: ad ogni piccola stazione lunghe soste aspettando il transito dei convogli germanici.
Durante una di queste soste fummo avvicinati da un simpatico vecchietto che, in buon italiano, ci disse di chiamarsi Vassili e di essere stato a lungo, in gioventù, in Italia in un circo equestre con una troupe di cosacchi. Riuscì ad avere molte sigarette, che nascose nel suo berretto, e, salutandoci, ci disse di tornare a casa nostra perché l'Italia era molto più bella della Russia.
Il 12 agosto, a Novagorlowka, finalmente il capolinea. Gli alti cumuli di detriti da miniera ci diedero l'idea che la città fosse un importante centro minerario. Ci accampammo in un bel bosco artificiale di alberi di sette - otto anni simili al nostro frassino, con strade rettilinee: doveva essere un parco. Non ricordo quanti giorni rimanemmo accampati in quel bosco, penso sei o sette.
Poi, un giorno, l'ordine:
- Domani si parte. -
Si mormorava con destinazione il Caucaso. La notte arrivò il solito contrordine: il giorno dopo partimmo ma invece del Caucaso fummo inviati sul Don.
La prima tappa non contribuì a sollevarci il morale. Passammo dove i bersaglieri del Terzo sostennero, a Natale del '41, una furiosa battaglia. Appena fuori del piccolo abitato un cimitero di guerra: molte croci di legno con sopra l'elmetto piumato.
In quattro tappe giungemmo al Donez e ci accampammo in un bosco sulla riva del fiume. Ci fermammo quella notte e il giorno successivo riuscendo a rinfrescarci, con un buon bagno, nelle acque chiare del fiume.
Il cibo scarseggiava e il bosco era pieno di rane. Ne catturammo un buon numero e, cucinatele così come veniva, ne facemmo una scorpacciata.
La sera dello stesso giorno ordine di partenza: da quel momento in poi avremmo marciato solo di notte. Attraversammo il fiume su un ponte di barche gettato dal nostro Genio e dedicato al generale Gariboldi. Quella notte fu molto faticosa perché la strada, per molti chilometri, si snodava in una zona paludosa con terra nera e torbosa, resa transitabile per gli autocarri con uno strato di fascine di legna. Camminammo in fila indiana, ai lati della strada, perché per tutta la notte ci fu un traffico incredibile di giganteschi autocarri tedeschi che sollevavano una polvere infernale.
Il mattino seguente, verso le nove, dopo dodici ore di marcia giungemmo in una grande depressione al centro della quale si trovava un villaggio con relativa chiesa e campanile. Avremmo dovuto montare le tende ma la stanchezza era tale che ci buttammo a terra tirandoci addosso i teli tenda, addormentandoci di colpo: ma per poco. Il mio plotone era di corvè e con una squadra dovevamo procurare la legna per le cucine. Tutta la legna che c'era in giro era un boschetto di pruni selvatici, verdissimi e con le spine lunghe un dito. Dopo vari e inutili tentativi di tagliare i pruni, rimediando numerose e dolorose spinate, ripiegammo sugli sterpi che abbondavano e, quel giorno, il rancio fu cotto con gli sterpi della steppa. Dopo il rancio cercammo di dormire, ma era impossibile: il sole picchiava forte, ombra neanche la nostra, il caldo soffocante. Ci dissero poi che quella depressione era a quaranta metri sotto il livello del mare. Verso sera si sentì un rombo di motori: era una colonna di autocarri che veniva verso di noi e con loro la certezza che il battesimo del fuoco, per noi giovani, non era lontano.
Non appena buio partimmo scortati da motociclisti della polizia militare che guidavano la colonna. Viaggiammo tutta la notte e, all'alba, costeggiammo un villaggio deserto popolato solo da un branco enorme di oche starnazzanti. Penso che passata la colonna, di oche ne siano rimaste ben poche anche perché, con la complicità degli autisti che rallentavano a passo d'uomo con la scusa di non investire i pennuti, molte mani si protendevano dagli autocarri per acciuffarle.
A mezza mattina ci fermammo in uno spiazzo al centro del quale si ergeva una costruzione di legno ben conservata: pensai fosse una scuola; poi, dopo una breve sosta, compagnia per compagnia ci avviammo verso il paese di Bolshoy, dove il fronte era tenuto da un reparto di Cavalleria ridotto al lumicino.
Era il 29 di agosto.
Come entrammo in paese ci accolse una salva di mortaio e ci fu il primo ferito. Il mio plotone fu mandato su un costone alla sinistra del paese e da lassù potevamo vedere le nostre trincee e, cento metri di fronte, quelle dei russi.
Passammo quel giorno a sistemarci in alcune trincee già scavate e a scavarne altre nuove. Il giorno e la notte successiva fu tutto tranquillo a parte qualche colpo sparato qua e là.
Il 31 agosto, nel pomeriggio, venni preso in disparte dal mio tenente che mi disse: -Non dire ancora niente ai ragazzi, ma temo che domani dovremo andare a combattere.-
L'azione prevista per il primo settembre doveva essere compiuta dal 5° Alpini ma la sera del 30 agosto un colpo di mortaio centrò l'osservatorio dove si trovava tutto lo stato maggiore del 5°, uccidendo quasi tutti i comandanti.
Toccò allora al 6° anche se non era ancora tutto in linea: il Verona era ancora per strada così come l'artiglieria alpina e le salmerie.
La sera del 31 agosto, appena buio, un plotone della compagnia comando venne a darci il cambio. Noi scendemmo in paese, dove c'era il comando, lasciammo parte del corredo; ci furono date altre munizioni oltre a quelle in dotazione e due bombe a mano poi, con un autocarro senza parabrezza, ci portarono in trincea.
Quello che avvenne il giorno dopo fu talmente terribile che mi riesce difficile anche solo ricordare: fu una cosa tanto assurda che non sono mai riuscito a farmene una ragione. In poco tempo la mia compagnia ebbe il comandante e due ufficiali feriti, due ufficiali morti e cento cinque alpini morti o feriti.
Chiedo scusa a chi, leggendo queste righe, riscontrerà qualche inesattezza: 50 anni sono molti e la memoria spesso può, anche per l'emozione dei ricordi, tradire.

4 commenti:

Annalisa ha detto...

Tu sai che tutto ciò attira moltissimo la mia voglia di farci una storia? :-))

il grigio ha detto...

@ Annalisa: anch'io avevo in mente di farci una storia, ma ho più dimestichezza con i numeri che con le parole e mi sono limitato a stendere in modo ordinato gli appunti di alcuni fogli del quaderno di campagna che mio padre teneva. Avrei voluto perché la storia non finisce lì e c'è molto di più, comprese le ferite reali e quelle dell'anima che mio padre si portò via da quel campo di grano sperduto nella steppa vicino al Don. Se Se desideri farci una storia posso darti tutte le informazioni che vuoi. Un saluto.

Annalisa ha detto...

Sìssìssìssì!
Se davvero ti va di condividere, mi piacerebbe dare un'occhiata.
Sarebbe un onore.

benzinagricola ha detto...

Proprio in questi giorni sto leggendo una roba sulla questione degli alpini in Russia. La Tridentina, la Julia, la Vicenza, la Cuneense, eccetera. Quei poveracci hanno preso un sacco di botte. Certo che con i cannoni preda bellica del 15/18 e i fucili '91 contro i T34 russi e i Grant americani... e dire che i generali lo avevano pure sconsigliato, quel cretino del Duce, di mandare gli alpini in Russia. Dicevano "Gli alpini sono l'unico corpo scelto rimasto, forse non è il caso..." ma lui niente. Il cretino. Cretino così ce n'è uno anche adesso. Fortuna che a 'sto giro nessuno ci chiede di parare le chiappe ai tedeschi.